This bottle is not a bottle …

… qualcuno direbbe.

Svirgola's Message in a bottle

Svirgola’s Message in a bottle

Stai vivendo una sorta di deja vu? No, non si tratta di deja vu:

Svirgola's Trova le differenze

Svirgola’s Trova le differenze

I fichi d’India, una delle pietre più belle della mia serie sarda, sono stati imbottigliati e, secondo me, è una strana consonanza che proprio oggi io abbia riaperto la serie. 😉

Lunaspina

Quando mi sento giù, e capita ogni tanto, quando mi sento soverchiata dalla tristezza, dalla nostalgia, dalla mancanza e sovente succede, quando non capisco ragioni e non vedo rimedi, mi faccio un bagno di Fossati e così è stamattina. Vi posto l’ultima canzone, quella che sto ascoltando ora e che è una delle sue che preferisco:

 

Nel video si vedono delle scene tratte da “Il cuore altrove”, bel film di Pupi Avati con una magnifica parte di Neri Marcorè.

In punta di lapis

In punta di lapis ho provato ancora una volta a disegnare Anna. Le somiglia? Lei si riconoscerebbe? Boh. Mi basterebbe aver catturato un/millesimo della sua anima e della sua passione. Di se stessa diceva:

“Ce metti una vita a piacerti, e poi arrivi alla fine e te rendi conto che te piaci.Che te piaci perchè sei tu, e perché per piacerti c’hai messo na vita intera: la tua. Ce metti una vita intera per accorgerti che a chi dovevi piacè, sei piaciuta… e a chi no, mejo così. Anche se lo ammetto, è più raro trovà un uomo a cui piaci, che te piace, che beccà uno ricco sfondato a Porta Portese!
Ce metti na vita per contà i difetti e riderce sopra, perché so belli, perché so i tuoi. Perché senza tutti quei difetti, e chi saresti? Nessuno.
Quante volte me sò guardata allo specchio e me so vista brutta, terrificante.
Co sto nasone, co sti zigomi e tutto il resto. E quando la gente me diceva pe strada “bella Annì! Anvedi quanto sei bona!” io nun capivo e tra me e me pensavo “bella de che?”.
Eppure, dopo tanti anni li ho capiti.
C’ho messo na vita intera per piacermi.
E adesso, quando me sento dì “bella Annì, quanto sei bona!”, ce rido sopra come na matta e lo dico forte, senza vergognarmi, ad alta voce “Anvedi a sto cecato!”

Mah! A me è sempre sembrata bellissima.

Anna

Alda

Alda (2)

Alda

Non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

(Io non ho bisogno di denaro, Alda Merini)

La Strada

La strada

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Il Suonatore Jones (Fabrizio De Andrè)

Il seppellimento dei morti. Follia. E poi e poi e poi … insomma multipost

Sezione 1.

Follia.

E’ successo tanto tempo fa. Era autunno, forse settembre, magari ottobre. Lei non se lo ricorda più. Pisa era la città, sì, l’aveva scelta già da un po’. Avrebbe studiato lì; tutti i segreti del diritto, della giurisprudenza le sarebbero stati svelati lì e li avrebbe approfonditi lungo l’Arno, di sera nella magia della città di Tabucchi. Era arrivata in treno una mattina presto, un indirizzo in tasca, lì vicino alla stazione. Era stato facile trovare la casa dove l’aspettavano.
Carla la conosceva già da un po’, Carla ed il suo birichino occhio sinistro che aveva preso una direzione tutta sua nel tempo, le tisane calde tutte le sere per tenersi in forma, la cura del corpo, di quel suo corpo così armonioso con un’unica nota stonata, la direzione di quel suo occhio sinistro, che dava alla sua espressione facciale una perenne aria crucciata. Poi c’era Olga, l’anziana mamma di Carla, Olga che cominciava a preparare il pranzo dieci minuti prima che Carla tornasse a casa dal lavoro e l’ora era segnata dallo strepitio delle pentole, coperchi caduti fragorosamente per terra nella fretta congestionata della preparazione, tra mille e colorite imprecazioni diverse. Maria sorrideva sempre a questi rumori e sapeva l’ora. Dieci minuti alle due.
Era stanca però Maria, una stanchezza strana in una ventenne. Il fidanzato Marco era un giovane uomo pieno di speranze. Doveva essere sua moglie questa Maria, la voleva con tutte le sue forze. Era nel suo destino questa Maria. Inizialmente si incontravano a Firenze, a mezza strada tra Pisa e Arezzo. A Firenze lui le aveva regalato una mattina uno scialle di seta dai piccolissimi fiori primaverili. Era la sua ragazza Maria, sarebbe stata sua moglie prima o poi.
Un giorno Maria entrò in libreria, ne uscì con l’ “Ulisse” di Joice e “Viaggio Sentimentale” di Vittorini.
E allora successe. Si guardava attorno cercando la strada di “casa”, la casa di Olga quando all’improvviso le sirene di un’ambulanza e dei carabinieri le penetrarono il cervello e lei divenne quel suono acuto, acuto, acuto, quel suono che non aveva fine. Cominciò a correre lungo l’Arno, veloce, veloce. Doveva correre, correre, correre e intanto il suono faceva scempio di lei. Poi all’improvviso cessò, lei si fermò e facendo fatica, facendo fatica ritrovò una direzione. A casa non disse niente, nessuno poteva capire quel suono, nessuno.
Non disse niente a Marco. Come parlare di quella sirena nella testa, come spiegare la paura, la paura … . Una mattina che doveva andare a Firenze a incontrarlo, lei fece il biglietto. Poi uscì fuori sul piazzale della stazione e cominciò a piangere lentamente lentamente. Quando Carla, che passava in macchina da lì per andare a casa, la vide lì, le si avvicinò, la prese per mano e la portò con sé. C’era paura negli occhi di Carla, anche in quel suo obliquo occhio sinistro, non sapeva cosa fare, cosa dire. Maria non si ricorda bene le sue parole, ma vede ancora la paura in quel suo sguardo.
Maria dovette andarsene da quella città, la città dove i misteri del diritto avrebbero dovuto essere svelati, la città di Tabucchi.
Maria poi si rivede in un letto, con addosso una canadese color canarino a coprire delle gambe piccole piccole. C’è penombra nella stanza, dove all’improvviso entra una ragazza che la guarda e piange e poi c’è anche una donna, la guardano. La ragazza piange, prova a trattenersi ma piange, poi scappa quando la donna dice “Non ti riconosce. Non riconosce neanche me che sono sua madre. Ma non aver paura. Passerà.”
Fine della puntata
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Sezione 2.
Ieri: sotto la suggestione del video Il mio Egitto di Marzia decido di dipingere il mio personalissimo Egitto. Oggi il mio Egitto ha preso forma e colore:

 

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Svirgola’s Ὑπατία

 

Se non conoscete Ipazia, vi consiglio di approfondire la sua figura ché fu una donna davvero straordinaria. Se volete farlo prendendo due piccioni con una fava vi consiglio il film Agorà, che è bellissimo. Non le ho inventate le tue fattezze ma le ho solo reinterpretate. Il ritratto di Ipazia è uno dei 600 ritratti funebri dei Fayyum Portraits. Strabilianti. Bellissimi.
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P.S.:  le due sezioni che sembrano staccate seguono in realtà uno stesso filo anche se il nesso non è ancora molto evidente.
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“Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?”

(T.S. Eliot, The Waste Land and Other Poems)